Educatore domiciliare… cioè cosa fai??

Ciao, sono Elisa, educatrice domiciliare da 5 anni. E da 5 anni quando dico che lavoro faccio mi sento chiedere “Cioè?”

Ricordo la prima volta che l’ho spiegato alla mia famiglia. Eravamo a tavola e tra un maccherone e l’altro, mio fratello ha chiesto: “Ma così piccoli sono già agli arresti domiciliari?”

Credo di esser caduta dalla sedia da quanto ho riso. “Ma no Raf, domiciliari perché si svolgono a casa!”.

“Ma vai lì e poi cosa fai?”

È sempre un po’ difficile spiegarlo, soprattutto tra un maccherone e l’altro. Bisognerebbe prendersi più tempo, un tempo dedicato, come quando bevi un caffè con le amiche per raccontare loro qualcosa di importante.

Vi va un caffè?

L’educatore domiciliare lavora, in collaborazione con i servizi sociali territoriali, con minori e famiglie in situazioni di disagio e difficoltà, con l’obiettivo di trovare insieme delle strategie di cambiamento e miglioramento.

Ma cosa fa concretamente l’educatore domiciliare?

Come educatrice domiciliare entro fisicamente in casa e sto in ascolto di ciò che accade. Conosco tutti i videogiochi di tendenza, gli youtuber più famosi e i cantanti più in voga.

In un’ora e mezza posso passare da giocare a Fortnite (videogioco) a parlare di cosa sia la tettonica a placche. Durante il giorno sento tanti odori: dall’odore del pollo al curry a quello di legna del camino, da quello di umidità a quello dell’incenso, dall’odore di torta al forno all’odore di sudore.

Durante la giornata posso entrare in 2-3 abitazioni diverse e vedere 4 divani, 3 cucine, 4 cartelle di scuola, 3 gatti, 5 cani, un coniglio e una tartaruga.

Educare nel mio lavoro è una parola che in realtà ne racchiude molte altre. Un’attività che si declina in una pluralità di azioni.

Voce del verbo so-stare

So-stare è la possibilità di:

  • non fare, ma di stare in ascolto di ciò che accade
  • entrare in casa con un’intenzione precisa e percepire l’impossibilità di agirla
  • modificare i propri piani
  • sorprendersi di fronte ad una proposta inaspettata di un ragazzino

Il verbo so-sostare è fatto di attese, silenzi, determinazione, capacità di rispettare i tempi dell’altro.

Come quella volta che ho proposto a Luigi (nome inventato) di uscire di casa e lui non mi ha rivolto la parola per tutta la domiciliare, continuando a giocare al computer. Sono stata con lui tutto il tempo davanti al pc in silenzio e, a 10 min dalla fine dell’incontro, gli ho detto che ci saremmo visti la volta successiva. Lui, ha alzato gli occhi dal gioco, ha guardato l’ora sul cellulare e mi ha risposto: “Mancano ancora 10 minuti, non puoi andartene”.

“Hai ragione Luigi, io rimango fino alla fine dell’incontro, ma in questi 10 minuti decidiamo cosa fare insieme la prossima volta”.

“Potremmo andare a pescare” mi ha risposto.

Voce del verbo spostare – spostarsi

Un educatore non solo sta a casa, ma si muove all’interno di essa.

Cosa accade se ora mi allontano? Cosa accade se invece mi siedo a fianco? E se scelgo di stare in cucina a parlare con la mamma di Sara (altro nome inventato), invece di stare con Sara in camera a fare i compiti? E se mi metto a guardare fuori dalla finestra?

La posizione che l’educatore sceglie di assumere modifica il contesto e modifica la posizione dei componenti della casa. Non sempre questo piace e viene subito compreso dalla famiglia, ma a volte porta cambiamenti duraturi e grandi soddisfazioni!

L’educatore non solo si sposta ma sposta oggetti e come un cameraman mette a fuoco.

Spostare per creare un pre-testo.

Una volta Francesco (anche questo nome inventato), 10 anni, stava giocando ad un videogioco vietato ai minori di 18. Invece di farglielo semplicemente notare, ho preso la custodia e girandola ho esclamato: “Ah qui c’è un 18 rosso. Sai cosa vuol dire?”

Un educatore sceglie e nel scegliere si prende dei rischi. Può essere che Francesco non risponda, può essere che dica che a quel gioco ci gioca lo stesso perché a lui piace, può essere che ti prenda a parole, può essere che la volta dopo se ne parlerà.

Un educatore non conosce mai la risposta dell’altro, ma compie una scelta intenzionale che genera un cambiamento che, prima che emotivo e relazionale, è fisico.

A volte capita anche che si concordino dei rituali precisi.

Come quella volta che ho concordato con Vittorio (ormai sapete che uso solo nomi di fantasia) che ad ogni incontro a casa avremmo aperto la finestra della sua stanza e rifatto il letto insieme. Oppure quando io e Teresa abbiamo deciso che il martedì avremmo guardato un film o saremmo uscite e il giovedì avremmo fatto i compiti.

Un educatore domiciliare si sposta anche al di fuori della casa.

Riconosci la macchina di un educatore perché ha qualche carta di Uno sotto il sedile, dei giochi in scatola nel bagagliaio e qualche pennarello sotto i tappetini.

La macchina non solo è il mezzo per spostarsi ma è un luogo educativo privilegiato, luogo di parola, di musica e di risate. Un luogo in cui la relazione educativa spesso prende forma.

Voce del verbo ascoltare e creare

Un educatore è creativo, crea possibilità inedite di comunicazione ed espressione sia partendo dai talenti che ha, sia lasciandosi ispirare dai talenti dei bambini e ragazzi e dei genitori.

Ricordo il giorno in cui Anita (ho inventato anche questo nome), 5 anni, ha iniziato a parlarmi utilizzando delle parole prive di significato. All’inizio ho provato un certo fastidio e continuavo a dirle che non capivo ciò che diceva. Più io continuavo, più lei andava avanti, generando agitazione ed imbarazzo anche in sua madre che continuava a dirle di smetterla di fare la sciocca.

Poi ho ignorato il mio disagio e ho solo ascoltato. Allora ho visto Anita.

Ho iniziato a parlare come lei, inventando delle parole inesistenti. Abbiamo passato il pomeriggio così, dicendoci un sacco di cose.

Tornando a casa in macchina (luogo anche di rielaborazione dei vissuti) mi è venuto in mente che Dario Fo sulla tecnica del grammelot (parlare utilizzando delle parole prive di significato) ha scritto un intero spettacolo teatrale.

Voce del verbo temporeggiare e respirare

Ci sono dei momenti di tensione famigliare, di confitto, di impossibilità e fatica di comunicare in cui l’educatore vorrebbe urlare fortissimo: “Basta, me ne vado!”

E invece respira e sta. Aspetta il giusto tempo per parlare e poi prova a fare ordine, rimandando ciò che è accaduto sotto forma di narrazione.

A volte, invece, si prende del tempo più lungo e può scegliere di parlare di ciò che è successo durante la domiciliare successiva.

Voce del verbo aprire e chiudere

L’intervento educativo si svolge all’interno di due tempi precisi.

Cè un tempo di apertura, in cui si conosce per la prima volta la famiglia e in cui si condivide il percorso educativo. È il tempo in cui un educatore domiciliare entra per la prima volta a casa, osserva, ascolta, impara a conoscere e a farsi conoscere.

Poi c’è il tempo di chiusura, in cui l’educatore domiciliare saluta i ragazzi e le famiglie perché il percorso educativo è terminato. È il momento del lasciarsi e del restituire alle famiglie il tempo trascorso insieme, gli obiettivi raggiunti, i passi fatti lungo il percorso.

Questi sono i due tempi che aprono e chiudono il lavoro educativo. Sono due momenti importanti, di aspettative, paure ed emozioni diverse.

Cosa incontrerò? Come mi presento? Cosa voglio lasciare? Come voglio salutare questa famiglia o questo ragazzo? Quali sono le cose importanti che vorrei rimandare loro del percorso fatto insieme?

L’aprire e il chiudere non caratterizzano solo l’inizio e la fine del percorso educativo ma anche ogni domiciliare.

Come entro? Propongo qualcosa oppure no? Cosa mi aspetto di trovare? Come me ne vado? Cosa dico per salutare? Provo a concordare con il ragazzo che seguo cosa fare la volta successiva oppure no?

E chi aiuta gli educatori?

Fortunatamente gli educatori hanno degli spazi di respiro e di rielaborazione dei vissuti.

Nella nostra cooperativa abbiamo le equipe (riunioni settimanali di tutti gli educatori domiciliari e della coordinatrice) e le supervisioni (incontri mensili con gli educatori, la coordinatrice e la psicologa).

In questi spazi, gli educatori hanno modo di confrontarsi con i colleghi, esprimere le proprie emozioni, le proprie fatiche e perplessità rispetto al lavoro con i minori e le famiglie.

Per me è uno spazio di ossigeno, in cui posso raccontare le mie esperienze per comprenderle meglio. È un tempo in cui ciò che è accaduto può essere visto con distanza e lucidità grazie ai rimandi dei colleghi. È un luogo in cui ciò che viene raccontato dal collega può risuonare come qualcosa che è molto vicino alla mia esperienza lavorativa.

È uno spazio di pensiero e riflessione pedagogica.

È un tempo in cui prendono forma 3 consapevolezze:

  • La consapevolezza che l’educatore può anche sbagliare perché non esiste azione educativa che non possa essere ripresa la domiciliare successiva
  • La consapevolezza che l’educatore domiciliare anche se lavora in solitudine, non è solo
  • La consapevolezza che l’educatore è spinto nel suo agire da un pensiero e da un‘intenzione educativa condivisa

Quindi, l’educatore domiciliare aiuta gli altri a cambiare?

Sì, l’educatore domiciliare accompagna al cambiamento i ragazzi e le loro famiglie. Ma a conclusione della nostra pausa caffè ti svelo un segreto: allo stesso tempo cambia lui stesso.

Ogni persona che incontra, ogni situazione che vive lo aiuta a interrogarsi sul suo lavoro, sul suo modo di affrontarlo e sulla possibilità di provare nuove strade.

E voi?

Avete mai lavorato come educatori domiciliari o avete avuto a che fare con qualcuno di loro?

Lasciate un commento raccontando le vostre esperienze.

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